Mario's Bar

“i poeti...che brutte creature,
...ogni volta che parlano
è una truffa”
F. De Gregori
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mercoledì, marzo 03, 2004

Oggi ho ancora parole, le sue

oggi ho ancora voce, la sua

domani avrò anche occhi e le stelle che risplendono

e poi, forse, mai più

E non è rimasto nemmeno un granello di sabbia nella clessidra delle promesse

Non la lascerò andar via,

Senza parole, senza promesse, senza bugie,

ogni attimo per Lei

lunedì, marzo 01, 2004

Andiamo in replica come certe brutte soap opera:

"diceva unodeimolti verso le 11:00 lunedì, settembre 01, 2003

Mario, non so come dirtelo... ma col succo di maracuja al massimo mi ci posso lavare i piedi, se credi che lo faccia anche solo avvicinare la mio esofago sei più stordito del solito stamattina. E lo so che c'ho le occhiaie alla zuava, fatto tardi sullo scalino ieri notte, ne valeva la pena, era da tanto che non ci si accarezzava con la voce così..."

"diceva unodeimolti verso le 09:47 martedì, agosto 26, 2003

Bisogno di un endovena di caffè Mario di quelli forti e densi che li mastichi per farli andare giù di quelli che faccio a casa in un unico bicchierino e poi divido nelle tazzine con il nasone per portare a Lei il suo "mezzo caffè". Notte strana ieri, bagnata, umida, poche stelle e poco cielo, e poi quando la notte si è fatta adulta vento di tempesta, ma la tempesta non ha mantenuto le promesse e non ha scatenato la sua furia. Ma l'elettricità, l'attesa, l'energia rimane dentro, inquieta, agita posti strani dell'animo, scaccia il sonno. Secondo te è stupido? è stupido star mezzo nudo tra gli ulivi in faccia al vento a guardare fulmini lontani? Stupido sì, stupido io. Grande notte di voce ieri, sullo scalino, grande notte di voce... Parlato tanto, capito tanto, non esageriamo capito qualcosa soprattutto ascoltato Lei me. Mi piace da impazzire quando le parlo e la sento dentro, fasciata intorno all'anima, tante volte, tante cose, parole che non ci sarebbe nemmeno bisogno di pronunciare perchè Lei "sente"... però sono così belle le parole, questo donarci voce, suoni che veicolano altro... oltre il detto. Tre ore di oblio mentre il vento faceva ondeggiare il lampadario come l'ultima notte sul Titanic. Mario, in una notte magica Lei si svegliò mentre il soffio caldo della notte batteva furioso alberi e tutto ciò che incontrava sul suo cammino... quel vento che ti entra dentro e ti agita l'anima e i pensieri, quella notte spalancò la finestre e ci facemmo prendere dal vortice della tempesta. La notte ha una sua magia sempre, a volte tetra, a volte sanguinosa a volte bellissima. Dormire è uno spreco di tempo?"

"diceva unodeimolti verso le 10:28 mercoledì, luglio 02, 2003

Messaggi privati

Titolo:meglio qui-in pubblico eri solo anche prima

TU da un po' parli solo di frigoriferi e materassi. O non parli. E questo posto è esattamente come la lampada dei minatori gallesi, la mezzaluna, Bacchanales e tutte le stupide zavorre che dici che ti sei portato dietro. Nessun senso più in niente di queste cose. Butta tutto quello che non sta nel portabagagli e continua a nasconderti e a scappare. Cancella me da tutti i posti. Anche da qui. Cancella questo post. Non voglio più far parte di niente di te. Ce l'hai fatta una volta per tutte, bravo. Ora sei davvero solo. Ricomponiti o decomponiti, come e quando vuoi. Io i tuoi pezzi non li raccatto mai più."

"Oh! Oste della malora!!! Eh eh eh! minchia come ti incazzi quando ti chiamo così eh? Dai, dammi una birra ma che sia fffrrreeeeeddaaaaa!! E'’ primavera, c’è il sole, e anche se fa ancora un freddo porco mi vien sete uguale… Sai Mario? Non vedo l’ora che arrivi lo scirocco… Sai.. quelle notti di vento tiepido e profumato quelle notti che il vento soffia rabbioso e violento, ruggendo tra le case e gli alberi, sembra che si porti dietro tutta la rabbia e il dolore dei posti che ha attraversato… Quelle notti che ti senti strano, con una inquietudine dentro che monta … sempre di più… e non sai cosa fare… e questo ruggito costante nella testa e questo vento che confonde e i profumi dei deserti lontani che si porta dietro… Dicono che la gente impazzisca quando soffia lo scirocco, si dice che la gente faccia cose strane quando soffia forte… Ed è vero Mario… Ascolta cosa successe in una di quelle notti:

Dormiva inquieta, la pelle ancora sudata e accaldata dopo aver esalato gli ultimi in uno di quegli orgasmi che i miei vicini hanno imparato a conoscere fin troppo bene. Malgrado fossimo entrambi sudati dormivamo uno addosso all’altra come sempre, non importa quanto caldo faccia, noi dormiamo così… una congrua percentuale della pelle di una deve aderire alla pelle dell’altro, credo sia una regola, forse, più semplicemente, un bisogno… sentirsi, insieme anche durante il sonno.

Lei comincia rigirarsi tra le lenzuola, la sento muoversi, la sento agitarsi, fuori il vento ruggisce come una bestia ferita a morte, sembra che canti una nenia araba di dolore di passione di amore e di guerra… Si alza decisa, completamente nuda, intravedo la silhouette che si staglia contro la finestra illuminata dalla luna gialla della luna, i capelli scarmigliati, le gambe snelle e nervose, i capezzoli sparati verso la notte, lentamente, flessuosa come una pantera…si avvia alla finestra e la spalanca con un gesto deciso e rimane lì… nuda e bella come una dea investita da una raffica rabbiosa di vento ad assorbire il respiro della notte… Il vento si impadronisce di ogni anfratto della stanza, il lenzuolo si anima di vita propria e prende a danzare con lui. La mia regina si volta verso di me, ha uno sguardo che non saprei definire, la nostra camera non esiste più, siamo io e lei sul ponte di una nave in mezzo ad una tempesta. Lei si avvicina lentamente, fissandomi negli occhi, non ha bisogno di dirmi cosa vuole, di cosa ha voglia, tra di noi scorrono correnti di energia che non hanno bisogno di parole. I suoi movimenti acquistano una densità strana, sento l’aria vibrare in corrispondenza ad gni singolo movimento dei muscoli di lei. Sale sul letto, carponi come una gatta… si avvicina lentamente e mi fissa… deve aver fatto un patto con il vento che sottolinea ogni suo movimento come se lui, lo scirocco, fosse la colonna sonora del film che lei stava immaginando… Un attimo e sento la sua bocca che comincia a esplorare il mio corpo le mie gambe… felina si muove su di me sfiorandomi appena con i capezzoli…. Sono completamente in suo potere, mi ha stregato non muovo un solo muscolo , mi limito a guardarla incantato dalla musica del vento e dei suoi capelli che danzano, la poesia del suo corpo mi avvince…

Si sistema sopra di me, con gesto rapido mi guida dentro di lei, chiude gli occhi e lascia ondeggiare la testa al ritmo che gli detta la furia del vento, sempre più forte, sempre più veloce i suoi capelli mi frustano il petto e il viso mentre lei irrompe in un urlo liberatorio che la notte accoglie come un figlio atteso…. Crolla su di me, stringo forte il suo corpo sudato e ancora scosso dagli ultimi tremiti…. Il mattino ci trovò così, ancora una volta. "

"Ehi! Mario! dammene un bicchiere di quello forte stasera... Come và? e me lo chiedi? Fammi la domanda di riserva và... E' una gran brutta notte questa... Sai, Mario... Ho sentito una storia... una triste storia di quelle che ti fanno pensare e... poi hai bisogno di bere per dimenticare di aver pensato e allora sono venuto qui... No, non dirmi di andare a casa, lo so che siamo rimasti solo noi nel bar... ma ho voglia di parlare, Sai Mario certe notti donna Solitudine morde più forte... Dai... siedi con me e porta la bottiglia ho una storia da raccontarti... Non c'è nessuno che ti aspetta a casa... come me, Siedi, Mario e fammi compagnia ti racconto una storia...

"Era più o meno mezzanotte quando l'uomo rientrò a casa, tornava sempre a quell'orario, le spalle curve sotto il peso di una stanchezza fatta di niente, aveva posteggiato la vecchia auto un pò lontano così per fare due passi. Una bella notte limpida, l'aria ancora fredda ma tersa e poi era riuscito a sopportare l'ex moglie abbastanza a lungo da poter passare qualche ora con suo figlio e il cuore conservava ancora un pò di tepore. Infilò la chiave nella toppa ed entrò nel garage che chi gli aveva affittato l'appartamento chiamava pomposamente "cucina". Puzza di chiuso, di umidità, di qualcosa che andava imputridendo nella spazzatura e freddo e silenzio. Cominciò a muoversi con circospezione, attento ad ogni gesto, concentrato, evitava accuratamente di produrre qualsiasi rumore per non disturbare il silenzio. Accese la luce e constatò compiaciuto il lo stato d'abbandono in cui versava la stanza, gli somigliava, somigliava alla sua anima, sporca, sola e fredda. Un tovagliolo di carta che avrebbe dovuto trovarsi certamente da un altra parte posizionato per terra al centro della stanza gli diede la certezza che il problema dei topi non era stato debellato. Annotò in quella l'aria di memoria del suo cervello che somiglia tanto al cestino di windows di ricordarsi di acquistare un altra confezione di veleno per topi. Se ne dimenticò praticamente nel momento stesso in cui formulò la frase...

Si tolse la cravatta che faceva parte della sua divisa da nullità salendo le scale, accese la luce, si fermò un attimo per valutare la convenienza di accendere la stufa, decise di non farlo, il gas era quasi terminato e non avrebbe avuto il denaro per comprarne dell'altro quando e se fosse venuto suo figlio. Prese il telecomando e accese la Tv quasi contemporaneamente azzerò l'audio, i suoni, le parole avevano perso importanza già tanto tempo fa... andò in camera, ripose con cura nell'armadio il suo unico vestito buono affinchè non lo trovasse fradicio d'umidità la mattina successiva, scelse a casaccio un paio di pantaloni di pigiama e una felpa tra la biancheria sporca che giaceva nella parte inutilizzata del letto sfatto e li indossò.

Per terra vicino al divano ciò che restava dell'incarto della rosticceria con qualcosa che il tempo aveva reso duro come il cemento e che, una volta, era stato commestibile, una lattina schiacciata e vuota, memoria di chissà quale sabato sera in cui aveva trovato la forza di uscire per comprare qualcosa da mettere sotto i denti. Quasi meccanicamente sedette sul divano tirando giù in un solo colpo calzoni e mutande. Restò un attimo a contemplare quel mucchietto di carne molle tra le sue gambe, lo scroto cominciò a contrarsi per il freddo così velocemente che gli sembrò che i testicoli dovessero prendergli il posto delle tonsille da un momento all'altro. Prese il pene tra pollice e indice, minuscolo, tirò giù la pelle del prepuzio fino a scoprire la cappella rosea e raggrinzita. Chiuse gli occhi e richiamò il pensiero di LEI, continuando a stimolarsi, invocando un'altra spettrale erezione. La sua mente cominciò a proiettare le immagini, sempre le stesse, delle cosce imperiose di lei velate dalle calze, spalancate ad accogliere e incitare ogni colpo pelvico di lui. Rivide i tacchi vertiginosi che svettavano in aria ondeggiando ogni volta che lui la penetrava forte come se volesse non solo scoparla, non solo farla godere, ma possederla per sempre, entrarle nel ventre, cazzo, testicoli, gambe, spalle, viso, tutto, dentro lei per sempre per diventare uno, per essere indissolubili... Era stata quella notte in cui LEI era arrivata inattesa era entrata e, senza dire una parola, aveva lasciato scivolare giù il soprabito leggero, indossava solo un reggicalze di pizzo nero, delle calze con il filo dietro e delle scarpe dai tacchi vertiginosi che aveva preso solo per quell'occasione. Il trucco pesante degli occhi non faceva che esaltare e dare un che di che perverso al suo sguardo da predatrice. Non si erano detti nulla, lui le si avvicinò piano, quasi stordito, ma quando le fù vicino le afferrò i capelli, che liberarono una nuvola del profumo di lei così eccitante, e la baciò selvaggiamente spingendola verso il tavolo. Lei gli piantò gli occhi addosso sdraiandosi sulla schiena e lasciando che lui le sollevasse le gambe tenendole spalancate per le caviglie, poi con una mano, guidò il membro di lui dentro di sè.

Venne sul klinex che aveva preparato, lo ripiegò con cura per evitare che lo sperma andasse a fare compagnia alle migliaia di macchie varie ed assortite che affollavano il divano e lo gettò nella spazzatura. Dieci anni, tanti ne erano passati da quando lei le aveva chiesto parole... Parole per continuare a vivere, con lei, di lei. Ma l'uomo non trovò parole quella notte, scelse di non scegliere, restò lì a guardarla mentre andava via con i capelli che stregavano il vento e il suo passo da regina, ascoltò il suono dei suoi tacchi sul selciato il suono delle sue lacrime che richiudevano il solco dietro le sue spalle. La guardò andar via mentre portava, tra le dita lunghe e affusolate, con sè l'anima piccola dell'uomo e la sua speranza, la sua voglia di vita. Il giorno dopo lui si accorse che aveva perso le parole, guardava la gente muovere le labbra, udiva suoni inarticolati, che non riusciva a riconoscere, restava lì, inebetito a fissare la bocca di chi gli rivolgeva la parola senza capirne il senso. Tutto sommato non aveva neanche tanta importanza, lei se ne era andata e aveva portato via il senso delle cose e delle parole e della vita. Lei sparì dalla vita dell'uomo, vivevano così lontani. Un giorno andò a cercarla, fece tutto il viaggio immaginando tutte le cose che le avrebbe detto, chiamò a raccolta tutte le parole che gli erano rimaste, avrebbe pianto, si sarebbe inginocchiato, avrebbe strisciato nel fango, ma l'avrebbe convinta che LEI era LA donna, la sua, nessun altra e che sì avrebbe scelto, questa volta e che... e che...

Non fu facile trovarla, aveva cambiato indirizzo e lui non conosceva quella città ma finalmente riuscì a trovare il posto in cui lei viveva, l'aspettò una sera sotto casa sua, con la lingua di cartapesta e il cuore che batteva ovunque tranne che nella sua sede naturale. Lei usci dal portone, bella come un dipinto, l'aria, fino a quel momento immobile, cominciò a danzarle tra i capelli. Rimase immobile a guardarla, senza muovere un solo atomo del suo corpo, come se qualsiasi movimento potesse farla svanire come un miraggio. La scatto di una portiera d'auto lo riportò alla realtà, Ne scese un uomo alto brizzolato, emanava classe e sicurezza a leghe di distanza, era alto, brizzolato, elegante, le si avvicinò ammirandola, la baciò sulle labbra avvicinandola delicatamente con la mano che aveva poggiato sul collo di lei, la guardò ancora mentre le accarezzava il viso. Lei sorrise e salirono in auto insieme allontanandosi. Fu l'ultima volta che la vide, girò su se stesso e si allontanò lentamente, il peso dei secoli sulle spalle e uno stupido mazzo di fiori in una mano. Quel giorno il suo cuore smise di pulsare, i suoi polmoni di inalare aria, la sua mente di pensare, o almeno lui smise di preoccuparsene. quel giorno smise di vivere, era morto ma un Dio crudele continuò a tenerlo in vita, inutile involucro di organi funzionanti senza vita. Desiderava la morte ma non riuscì mai a trovare il coraggio per liberarsi da se stesso, un vigliacco è un vigliacco sempre, la mancanza di coraggio era l'unico dato coerente in tutta la sua inutile vita. Se avesse avuto il coraggio non avrebbe permesso a LEI di andar via... e questa storia sarebbe stata diversa, magari banale, magari uguale a miliardi di altre ma diversa...

Non aveva avuto nessuna altra donna, nessuna altra storia, costruì attorno a sè una torre dai muri altissimi in cui mai nessuno riuscì più a penetrare e lì viveva con il ricordo fragile di LEI.

Imparò a servirsi delle puttane quando il bisogno di scopare si faceva insopportabile, le scopava sbattendogli dentro il cazzo come un forsennato, ad occhi chiusi e con le mascelle serrate per evitare di gridare il nome di LEI. Con una puttana in particolare diventarono anche amici, sinceri, di tanto in tanto lei lo faceva scopare a gratis, invece che una spalla per piangere lei le offriva la sua figa sfatta per alleviare le pene di lui. Qualche volta la puttana gli chiese di restare a dormire con lei, ma non lui non accettò mai. Stupida, inutile, patetica forma di fedeltà, aveva dormito solo con lei negli ultimi dieci anni e per nulla al mondo le avrebbe tolto questo fatuo primato. Dormivano abbracciati, cercando la posizione che permettesse alla maggior superfice possibile dei loro corpi di aderire l'uno all'altro, spesso si addormentavo sudati e stremati dopo aver scopato ancora uno dentro l'altra. Il mattino li trovava così, uniti, un unico corpo, un'anima che pulsava all'unisono.

Fece un pò di zapping più per torturare il televisore muto che per interesse, Maurizio Costanzo violentava l'ennesimo caso umano, l'edicola del tg che anticipa le notizie di domani che sono già vecchie di ieri, la solita kermesse di bellone siliconate che si danno al lingua in bocca, ennesima imperdibile offerta di mobili a prezzi FAVOLOSI!!! Già i mobili... si guardò intorno... I mobili di casa sua evidentemente non erano mai stati insieme prima di ritrovarsi, seguendo chissà quali imperscrutabili percorsi, in quella particolarissima combinazione. Gli unici oggetti che avessero una storia ce li aveva portati LEI in quella casa... Tutto il resto era freddo, estraneo, ostile.

Spense la televisione e si avviò verso il letto... sul cuscino accanto al suo la moneta da pochi centesimi che lei gli aveva poggiato con un tocco di farfalla nel palmo della mano, chiudendogli delicatamente le dita affinchè lui la serbasse nel pugno, un attimo prima di sparire per sempre. - Questo è il valore che dai alla nostra vita, tieni- disse -ti pago la mia parte, lasciami libera adesso-.

Pensò alle cose che avrebbe fatto domani, le stesse che aveva fatto oggi, le stesse che avrebbe fatto tra una settimana o tra un anno, -Domani è una maledizione che colpisce ogni giorno- disse ad alta voce. misurò mentalmente la voglia che aveva di morire, ma anche quella notte, la nera Signora pareva non aver nessuna intenzione di ballare con lui. Da un cassetto prese un blocco da appunti e cominciò la sua notte da insonne, come faceva quasi tutte le notti, scrivendo una storia... la storia di un uomo che scrive..."

Beviamo l'ultimo bicchiere Mario, vedi? si può essere anche più soli di quanto non lo siamo tu ed io."



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